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Dignità dei manichini viventi

di Lea Melandri

La vicenda che ha visto coinvolte la Filcams Cgil e la Camera del Lavoro di Milano, a proposito dell’iniziativa della Coin di mettere in vetrina ragazzi e ragazze per pubblicizzare prodotti da spiaggia, si può considerare emblematica delle implicazioni ambigue, contraddittorie, che si porta dietro, con evidente esitazione a nominarle, il movimento che da alcuni anni si batte contro la mercificazione del corpo delle donne. La folta schiera di ragazze-immagine che popolano la televisione, la pubblicità, gli intrattenimenti degli uomini di potere, che altro sono se non “manichini viventi”, modelli di bellezza, oggetti scambiabili di uso e consumo, moneta incarnata di quel grande mercato che sta diventando la comunità umana? Così come si può vendere la propria forza lavoro, alienandosi nell’oggetto che si è prodotto a vantaggio di altri, allo stesso modo oggi è il corpo stesso a farsi “cosa”. Ma pur sempre di lavoro si tratta.

Lo ha detto con molta chiarezza il portavoce dei giovani dipendenti della Coin in risposta al documento polemico della Cgil: “questo è un lavoro che ci gratifica, pagato regolarmente”. Per chi poteva sospettare che dietro i loro cartelli di protesta ci fosse “lo zampino dell’azienda”, c’è poi una aggiunta che mi sembra inequivocabile: “meglio qui che fare il muratore” (Repubblica, 17.7.2011).

A cancellare l’umiliazione dei corpi e l’offesa al decoro della persona interviene, inaspettata, la difesa della dignità del lavoro. Ma soprattutto colpisce e fa pensare il giudizio di un soggetto di cui non si era tenuto conto, inglobato da un meccanismo perverso di oggettivazione che lo avrebbe reso inesistente. Il “manichino” parla e costringe a chiedersi che cosa significa una “denuncia” che viene “doverosa” da un versante esterno alla sua consapevolezza, ai suoi desideri, alle sue scelte.

L’idea rassicurante che lo vuole vittima suo malgrado di un potere manipolatore, appare estremamente debole quando chi decide di vendere la propria giovinezza e prestanza fisica dice di essersi lasciato alle spalle mestieri molto più faticosi e umilianti.

Nessuno nega il pesante condizionamento della cultura dominante, così ben descritta dall’ultimo Rapporto Censis (6 giugno 2011): crisi dell’autorità, pervasiva sregolatezza delle pulsioni, primato della coscienza individuale, bisogno di apparire, esaltazione narcisistica del modello estetico. Ma né le persone né i corpi sono tabulae rasae su cui la società imprime il suo marchio. Gli infiniti adattamenti a cui la storia costringe da sempre l’agire di uomini e donne presuppongono quel margine di libertà che rende comunque possibile il cambiamento. E’ in questo scarto che va a collocarsi la contraddittoria, ambigua emancipazione della donna e di tutto ciò che è stato identificato col femminile: corpo, sessualità, sentimenti, pulsioni, desideri. “La donna è soggetto solo se resta oggetto” – scrive Geneviève Fraisse (La differenza fra i sessi, Bollati Boringhieri 1996), con la lucida consapevolezza di chi sa che non basta certo la comparsa sulla scena pubblica, e nemmeno l’assunzione di potere, per cancellare i segni della “differenza” che ha fatto della donna un oggetto di scambio.

Di quale “dignità” ci stanno allora parlando ragazzi e ragazze accomunati dal desiderio di trarre gratificazioni e vantaggi economici dalla messa a frutto dei loro corpi? Scrivendo sui loro cartelli “anche il nostro è lavoro”, dicono in sostanza che non si può ignorarli come persone, prescindere dalla loro scelta, per quanto discutibile, ridurli a materia passiva e inconsapevole di poteri manipolatori, che attende dall’esterno la sua salvezza. Forse si sarebbe potuto prevedere fin dagli anni ’70 che la riappropriazione di corpi, sessualità, sentimenti negati, non sarebbe stata automaticamente la loro liberazione dai modelli culturali che vi sono passati sopra e che ancora si fanno sentire come residuo di una preistoria mai tramontata. Non era difficile immaginare che il corpo, cadute le barriere che lo hanno messo al bando dalla polis e sottoposto al controllo violento delle sue leggi, si sarebbe preso la sua rivalsa giocando la carta del potere, reale o immaginario, che gli è stato attribuito: conservazione della vita, ma anche erotismo, seduzione, piacere estetico.

Se non vuole rischiare di apparire ideologico, o soltanto moralistico, alle generazioni cresciute all’insegna della libertà di mercato e del progressivo impoverimento di riflessione portata su di sé, anche il movimento SeNonOraQuando, che ha fatto della critica alla rappresentazione della donna nei media la propria bandiera, non può limitarsi a pronunciamenti contro la mercificazione e il misconoscimento della donna come persona. Presenti quantitativamente come mai prima d’ora nella sfera pubblica, le donne oggi parlano, scelgono, agiscono secondo logiche e orientamenti che possono dispiacerci, ma che chiedono, prima ancora che li si discuta e li si giudichi, di essere visti e ascoltati.

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